Il Manifesto

Diciamolo chiaramente. Il mondo non sarà più come prima.

Non voglio iniziare l’ennesima analisi sui possibili scenari del Coronavirus, addentrandoci in ipotesi catastrofiste. Qui si parte dal presupposto che sicuramente #andràtuttobene ma che la nostra vita sarà differente, anzi già lo è.

E’ chiaro che quella libertà che avevamo prima di empatizzare con il prossimo, di aggregazione, di “assembramento”, di socializzare e alla fine di vivere e di amarci, sia, in questo momento e per un futuro a breve termine, sospesa.

Dobbiamo imparare a vivere in questa nuova dimensione per non scomparire.

Per far questo abbiamo bisogno di vivere questi limiti fisici, oggi imposti, domani “suggeriti” da un buon senso comune, non come una clausura, ma come una nuova dimensione, in cui abbiamo alternative alla socialità che vivevamo prima.

In questo momento tutti i sociologi, gli psicologi, i politici, gli economisti, gli scienziati e, in generale, tutto il pianeta, si sta chiedendo quanto durerà. La verità è che nessuno lo sa con certezza e si fanno ipotesi che sono più o meno dettate da una moltitudine di fattori che considerano economia, ordine sociale, stress psicologico e fattori sanitari, cercando di trovare il miglior compromesso tra tutti, nella speranza che l’alchimia funzioni creando il minor numero di vittime possibili nel tentativo di fermare l’epidemia fuori controllo. In realtà l’unica vera soluzione possibile e la più semplice è racchiusa nel semplice hashtag #iorestoacasa, un comportamento contro natura, anti sociale, l’unica strategia impossibile in un mondo totalmente social ma anche, l’unica che ci darebbe la vera salvezza.

Paradossalmente, è come se all’improvviso ognuno di noi, raggruppato nei nostri piccoli nuclei familiari ed umani si fosse ritrovato incapsulato nello spazio all’interno dell’Apollo 13. Uno spazio angusto e strettissimo in cui si innescano meccaniche claustrofobiche il cui principale elemento è l’impossibilità di sviluppare rapporti umani, se non a prezzo di un rischio estremo. Come, e l’esempio mi diverte, la bollicina di gas dell’acqua Lete che grida “c’è nessunoooo???”

Per fortuna esistono strumenti di relazione e comunicazione che possono sopperire alla mancanza di visione dell’altro, dei nostri amici, dei nostri gruppi di lavoro, delle nostre classi. Abbiamo sostituito l’ufficio con lo smartworking, il supermercato fisico con quello online, la scuola con la classroom su google.

La tv esisteva già, gli smartphone anche, entrambi cercano di fare il loro lavoro con un martellante pressing di notizie. Destabilizzante, concentrato, studiato, con un’alternanza di guariti e vittime per dare la giusta pressione. E poi multe salatissime per non farci rischiare. Da strumenti di vendita e di marketing si sono trasformati in un dispositivo di sicurezza.

Talent, scienziati, medici, youtuber, politici sono tutti concentrati a lanciare messaggi empatici di resilienza per convincerci a farlo, con call to action a cantare, resistere, fare bonifici. Tutte azioni collettive di una collettività che non vediamo più. In tutte le immagini che vediamo, tra le piazze vuote, le strade deserte, le file ai supermarket sempre più distanziate, le inquadrature webcam di persone e famiglie, le funzioni religiose e il Papa che benedice una Piazza San Pietro vuota, manca sempre qualcosa: la gente.

Viviamo una desolazione visiva destabilizzante. Un senso di solitudine totale, ratificato dalle notizie di una malattia che in solitudine ci fa anche morire. Un contenuto, il coronavirus, onnipresente in ogni momento della giornata, il cui tema è proprio questo la solitudine. Quasi una catarsi per noi che eravamo arrivati all’estremo opposto: essere presenti in un mondo affollato e così social da non guardaci più in faccia.

C’è sicuramente chi lo vedrà come l’ennesimo giro della commedia umana, una messa in scena che va avanti dalla creazione del mondo. Ma quale mondo? Quello di prima non c’è più. Ce ne vuole uno nuovo che ci colleghi senza farci estinguere.

Per questo motivo nasce oggi #iorestoacasaproduction, una casa di produzione di contenuti resilienti che ci diano le chiavi d’una nuova socialità di intrattenimento. Non un intrattenimento passivo, non solo uno streaming ondemand, ma un intrattenimento partecipato in un mondo vivo e collettivo. Assembramenti digitali per vivere esperienze comuni, vissute da persone che #iorestoacasa come noi. Perché salvarsi non è più un atto individuale, ma collettivo.

IORESTOACASAPRODUCTION PERCHE’

La gente ha bisogno di trovare motivazioni resilienti per stare a casa. Empatia nei contenuti che non stridano con tutto ciò che le circonda. Ha bisogno di storie in cui l’immedesimazione dello spettatore nell’opera lo leghi alle situazioni che sta vivendo. Si è bello sognare, ma quando il sogno è realizzabile, non quando questo non si trasforma in un ricordo irraggiungibile che genera frustrazione, ansia e claustrofobia. Lo spettatore ha bisogno di sapere che, anche così, per il momento, si può vivere, anzi, si deve vivere.

E’ necessario per la nostra sopravvivenza, per motivarci e auto-motivarci a vivere, mantenendoci distanti ma uniti, divertendoci, anche così, con sobrietà. Strappando quel sorriso amaro alla vita ed alla natura che ci sta ridimensionando. #iorestoacasaproduction è l’antivirus da iniettare sui social per restituire la consapevolezza della vita in un territorio dove questa si è perduta. Si chiama capacità di adattamento ed è alla base della legge della vita, del darwinismo e della teoria evoluzionistica della specie.